216

Nono dono: la libertà da egoisticale a sacrificale. Le
benedizioni divine. Benedetti i minimanti quaggiù, grandeggianti
lassù. La mutazione sostanziale non per vendetta,
non per rivincita. Neppure per compensazione descritta
da Paolo, affermata dal Vangelo e fatta propria dai cristiani
e dalla Chiesa.

Pneumatica magia quella del visuato Paterno che tocca il
vecchio fideato e tutto lo rinnova. Tocca la libertà egoisticale,
ed ecco uscir fuori la libertà sacrificale.
Satana me l’ha rapita, il visuato Paterno me l’ha restituita,
il visualizzato Figliale me l’ha irrobustita insegnandomi a
discipulare e chiamandomi a piccolare con un giogo spirituale:
il suo spirito di amore sacrificale. Con essa: chiama
a piccolare; i chiamati se li unisce coniugalmente; i coniugati
se li fonde concezionalmente; ai concezionalizzati
riserva la somma delle benedizioni divine.
1) Dopo la prima: Benedetti i piccoli bene accoglienti il
Regno di Dio quaggiù, sicuri rientranti nel Regno di
Dio lassù,
2) Siamo passati alla seconda: benedetti i piccoli per la
loro identicità con Gesù;
3) Abbiamo toccato la terza: benedetti i piccoli per la loro
perfetta identità con la Trinità.
4) Ci siamo inoltrati nella quarta: benedetti i piccoli picconanti
quaggiù, grandeggianti lassù.
La parola evangelica ce lo ha bene affermato, ma nel timore
che lì la fede non riesca a comporsi, abbiamo aperto una
accurata indagine per scoprire il motivo reale di un mutamento
sostanziale per cui i piccoli quaggiù saranno grandi
lassù. Abbiamo aperto il quadro delle esclusioni: piccoli
quaggiù, grandi lassù, ma per quale intervento divino?
1) Non certo per una vendetta divina, anche se Giovanni
l’ha posta sulle labbra dei santi: ‘Vendica il Signore il
sangue dei martiri che è stato versato’.
2) Non certo per una rivincita o rivalsa: sempre animate
dall’odio. Ed ora proseguiamo nelle esclusioni.
3) Forse per una esigenza di compenso? I piccoli quaggiù
accettano dei forti scompensi e Dio lassù si sente impegnato
a dare una sovrabbondante compensazione per
una esigenza di giustizia o per un concorso di generosità.
L’esigenza del compenso l’ha affermata san Paolo
nei confronti di Gesù, scrivendo ai Filippesi: ‘Cristo
Gesù pur essendo di natura divina non considerò gelosamente
la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se
stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo
simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se
stesso facendosi obbediente fino alla morte, e alla
morte di croce: questo è lo scompenso.
Ma ecco pronta la compensazione divina: per questo
Dio lo ha esaltato e gli ha dato un nome che è al di
sopra di ogni altro nome’. Gesù piccolissimo quaggiù,
grandissimo lassù. Giusto? Giustissimo, e chiunque di
noi è pronto a provarlo.
Giusto; ma non siamo ancora al nucleo centrale di una
variazione sostanziale: piccoli quaggiù, grandi lassù.
Paolo dove ha attinto la giustezza della compensazione?
Sicuramente dal Vangelo. Conosciamo una parabola
in cui la compensazione è messa avanti come spiegazione
di un destino diverso: la parabola del ricco epulone.
Vi parla una grande bocca di verità: Abramo:
‘Ricordati che ti hai ricevuto i tuoi beni nella tua vita,
mentre Lazzaro i suoi mali. Adesso quegli è consolato,
tu invece spasimi’. Alla legge del compenso il ricco
non ha più nulla da obiettare.
Il male è che da Paolo e dal Vangelo i cristiani ancora
di oggi che non riescono a star bene come vorrebbero
per uguagliare i ricchi gaudenti vanno convinti che il
compenso scatterà proprio per loro che debbono sudare
per campare in questo mondo.
Se non ci salviamo noi poveretti dalla vita stentata, non
si salveranno certamente quelli che se la godono; come
se bastasse una condizione stentata di qui per averne
una agiata lassù. La legge del compenso finisce per
farci male. Non la diciamo e non la vediamo dal
momento che possediamo la visione Pneumatica di un
cambiamento così vistoso.

217

Nono dono: la libertà da egoisticale a sacrificale. Le
benedizioni divine per i piccoli.
*) Piccolanti quaggiù, grandeggianti lassù. A che si deve
una tale mutazione celeste? A una metamorfosi terrestre,
per cui con devoto silenzioso amore sacrificale il piccolo
aderisce docilmente alla volontà Paterna che è tutta
sacrificale.

Pneumatica magia quella del visuato Paterno che tocca il
vecchio fideato e tutto lo rinnova.
Tocca la libertà egoisticale, ed ecco uscir fuori la libertà
sacrificale. Satana me l’ha rapita, il visuato Paterno me
l’ha restituita, il visualizzato Figliale me l’ha irrobustita,
insegnandomi a discipulare, chiamandomi a piccolare con
un giogo spirituale: il suo spirito di amore sacrificale.
Con esso:
1) Chiama a piccolare
2) I chiamati se li unisce coniugalmente
3) I coniugati se li fonde concezionalmente
4) Ai concezionalizzati va la somma delle benedizioni
divine.
Dalla prima: Benedetti i piccoli bene accoglienti il Regno
di Dio quaggiù, sicuri rientranti nel Regno di Dio lassù.
Alla seconda: Benedetti i piccoli per la loro identità con
Gesù. Alla terza: Benedetti i piccoli per la loro perfetta
identità con la Trinità.
Alla quarta: Benedetti i piccoli piccolanti quaggiù, grandeggianti
lassù. Da dove viene una simile mutazione
sostanziale?
1) Non dalla vendetta divina
2) Non da una rivincita o rivalsa divina
3) Non da una compensazione divina.
Da che cosa allora? Dopo queste esclusioni ora andiamo al
cuore di una sì allettante mutazione: piccoli quaggiù e
grandi lassù.
Osserviamo attentamente il piccolare. Cosa fa il piccolo?
Il piccolo è uno che si vede il suo continuo fare istintivo
di amore di odio. Prontamente vi si getta sopra e se lo
toglie con una morte che si pratica liberamente rinnegandosi
qualsiasi piacere.
Volge così l’amore egoisticale in beneficale e si fa pronto
ad accettare l’azione di morte che giunge dal Padre tramite
i suoi fratelli, che agiscono da nemici, ma Lui li sente
un dono del Padre. Accetta l’odio dei suoi fratelli con
un’anima poderosa: con l’amore sacrificale che lo riveste
di profondo silenzio interiore ed esteriore; si sente agganciato
direttamente e solidamente al Padre. È posta lo spirito
di amore sacrificale che gli si è dato. È con quell’amore
che il piccolo coglie prontamente il volere Paterno e gli
si piega docilmente. Eccoci arrivati al cuore di quella
mutazione sostanziale: il piccolo è pronto a piccolare: con
devoto, silenzioso amore sacrificale. Di questi tre ingredienti
qual’è decisivo per lo scatto ambizioso?
1) Il silenzio è una qualità essenziale dell’amore sacrificale,
ma non è capace di tanto da solo.
2) L’amore sacrificale è la forza del mio piccolare, ma lo
potrei immaginare anche come una forza autonoma che
agisce da sola.
3) Occorre che l’amore sacrificale sia in congiunzione
diretta e cosciente col Padre.
Lo scatto della mutazione sostanziale viene operato dalla
mia devozione alla volontà sacrificale del Padre. Ogni mio
atto sacrificale esce fuori dal volere Paterno: sia quello di
necessità (morte fisica) come quello di libera scelta
(lasciarmi odiare). La volontà Paterna è volontà sacrificale
e solo la mia docile adesione ad essa può produrre lo
scatto della mutazione sostanziale. Vogliamo dare un
nome a quello scatto? Eccolo: è uno scatto metamorfosale.
È la mia metamorfosi.
Che tutto questo sia vero, ecco prontamente la conferma
evangelica: ‘Non chi dice: Signore, Signore, entrerà nel
Regno dei Cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è
nei cieli’. Duplice mia metamorfosi, l’una terrestre: piccolando
devoto al Padre trasformo in vita la morte dell’amore.
L’altro celeste: che scatterà al passaggio: piccolo quaggiù,
grande lassù. Quello che lo Pneuma ci ha detto lo sa
fare nei piccoli.

218

Nono dono: la libertà da egoisticale a sacrificale.
Benedizioni divine per i piccoli.
*) Difficilmente scandalizzabili quaggiù. È pronto a impedire
quello dall’esterno e dall’interno. Parole roventi di
Gesù su chi scandalizza uno dei suoi piccoli.

Pneumatica magia quella del visuato Paterno che tocca il
vecchio fideato e tutto lo rinnova. Tocca la libertà egoisticale,
ed ecco uscir fuori la libertà sacrificale. Satana me
l’ha rapita, il visuato Paterno me l’ha restituita, il visualizzato
Figliale me l’ha irrobustita insegnandomi a discipulare,
chiamandomi a piccolare. Il piccolo che chiama se lo
unisce, se lo fonde e se lo carica di benedizioni.
1) Bene accogliente e sicuro rientrante nel Regno di Dio lassù.
2) Identificato con Gesù
3) E con la Trinità.
4) Piccolante quaggiù, grandeggiante lassù.
5) Benedetti i piccoli difficilmente scandalizzabili quaggiù:
entriamo subito in questa benedizione nuova, guardando
in faccia allo scandalo: ‘Tutti gli impulsi che
provocano alla morte dell’amore un aggravamento
sono scandalo’.
L’amore Paterno che si è dato da vivere al nostro incominciare,
Satana ce lo ha mandato in malattia. Ne ha fatto
amore per me, carico di morte viva, che fa azione di
morte. Me ne ha fatto: amore di odio o di morte. La malattia
dell’amore si svolge automaticamente per ogni impulso
che mi può venire prima dal mondo esterno e di conseguenza
dal mio mondo interiore. (Impulsi capaci di far
camminare la malattia dell’amore)
1) Dall’esterno sono le cose, le persone, le parole, i fatti che
mi toccano. Per toccarmi si avvalgono dei sensi esterni:
vista e udito. I tre passaggi sono immediati e strettamente
concatenati. Eccoli: a ogni tocco il mio sentire nell’amore
di odio. A ogni sentire il mio agire immediato o
di presa o di respinta. A ogni agire il mio acconsentire. A
quel punto lo scandalo si è perfettamente realizzato.
2) L’immagine di ciò che ha prodotto lo scandalo si stampa
perfettamente nella mia mente, pronta a produrre
nuovi scandali successivi. Per cui lo scandalo attivato
dall’esterno, si riattiva dall’interno.
‘Il piccolo benedetto difficilmente scandalizzabile’:
1) Non ce la fanno le cose. Sempre attento su di sé, coglie
prontamente ogni sentire e se lo nega decisamente
togliendosi qualsiasi piacere che possano fruire.
Quest’arte è evangelica. Mano: monco. Piede: zoppo.
Occhio: semicieco.
2) Non ce la fanno le persone. Non si coniuga con nessuno;
è già coniugato con Dio. Non si fonde con nessuno:
lo è concezionalmente con la Trinità. Non coltiva minimamente
la comunione egoisticale con le persone, e
nessuna ha potere su di lui. Non ha amici ai quali si
finisce per soggiacere con estrema facilità. Del piccolo
non si dice: sono stati i suoi amici a rovinarlo.
Benedetto perché è difficilmente scandalizzabile. Ma per
chi lo avesse a tentare e a fare Gesù ha parole roventi. ‘Ma
chi scandalizza uno di questi piccoli...’. Minaccia? Augurio?
Condanna? No, con quel ‘meglio’. Vuol far capire che male
è. Annegare: è male, ma non il peggiore. È male migliore. Il
peggiore: è sprofondare nell’abisso infernale. Donde la
madornalità dello scandalizzare un piccolo? Straccia
sacrilegamente l’identità del piccolo con Gesù e la Trinità.

219

Nono dono: la libertà da egoisticale a sacrificale.
Benedizioni per i piccoli.
*) Esaltati da Gesù nel giudizio finale. Racconto e verità
del Giudizio sono nell’A.T.

Pneumatica magia quella del visuato Paterno che tocca il
vecchio fideato e tutto lo rinnova. Tocca la libertà egoisticale
ed ecco uscir fuori la libertà sacrificale. Satana me
l’ha rapita, il visuato Paterno me l’ha restituita, il visualizzato
Figliale me l’ha irrobustita insegnandomi a discipulare,
chiamandomi a piccole con un giogo spirituale: il suo
spirito di amore sacrificale. I piccoli chiamati se li unisce,
se li fonde caricandoli di ogni benedizione. Cinque già le
conosciamo:
1) Benedetti i piccoli bene accoglienti il Regno di Dio
quaggiù, sicuri rientranti nel Regno di Dio lassù.
2) Benedetti i piccoli per la loro perfetta identità con Gesù.
3) Benedetti i piccoli per la loro perfetta identità con la
Trinità.
4) Benedetti i piccoli piccolanti quaggiù, grandeggianti lassù.
5) Benedetti i piccoli difficilmente scandalizzabili quaggiù.
Eccoci alla sesta e ultima benedizione:
Benedetti i piccoli idealmente presentati all’umanità intera
nella loro identità eterna con Lui. Proprio come apertura
all’ultima beatitudine leggiamo il vangelo a Mt. 25, 31- 46:
il Giudizio Universale. Il giudizio universale era già presente
nella religione ebraica e come racconto e come verità
profeticale. Basti ricordare il profeta Ezechiele che parla di
una umanità radunata nella valle di Goisafat per il suo giudizio
finale e universale. Ora Gesù prende racconto e verità
giudiziale, senza però voler minimamente garantire che si
svolgerà in quel modo e in quel luogo. Tant’è vero che lo
rinnova completamente introducendovi elementi nuovi.
1) Innanzitutto introduce se stesso sin dall’inizio della
descrizione: ‘Quando verrà il Figlio dell’uomo nella
sua gloria e tutti gli angeli con Lui, allora si siederà sul
trono della sua gloria’.
2) Poiché l’umanità verrà schierata in due file: i destrati e
i sinistrati, è possibile dare svolgimento a un duplice
dialogo: coi destrati prima e coi sinistrati poi.
Un dialogo vero e proprio basato su dei fatti concreti avvenuti
quaggiù, ai quali i due schieramenti hanno pronta la loro
risposta. Rinnovando il racconto Gesù non intende presentare
nel tempo un evento che avrebbe avuto il suo compimento
in apertura dell’eternità. Non pensate che quel giudizio
avverrà come Gesù lo ha anticipato. Eccone i motivi forti:
1) I buoni vi fanno una pessima figura. Non sanno che il
bene fatto ai fratelli lo hanno fatto a Gesù. Ignari. Noi lo
sappiamo già fin d’ora chi è che si identifica con Gesù.
Se sono salvi lo sono quindi per caso, l’hanno azzeccata,
non sapendo. Una salvezza banale e di nessun valore.
2) Pur sapendo non si sarebbero salvati col solo amore
beneficale. È un passaggio obbligato per chi lascia
l’amore egoisticale, ma guai se non ci sospinge
all’amore sacrificale.
3) Il Figlio dell’Uomo non potrà mai pronunciare quella
inesorabile condanna contro i dannati colpiti dalla sua
maledizione: già i malvagi sono essi pure ignari del
bene che non hanno fatto a Lui nei fratelli; inoltre, il
Figlio sa e vede chi maledirà con una condanna eterna
i malvagi: il Padre suo che accetta di lasciarsi fissare
dalla sua creatura nella eterna morte dell’amore.
Dunque, il giudizio non si svolgerà così. Allora ci dobbiamo
lasciare con una domanda: che cosa mai ci voleva dire
con un racconto che sicuramente non si svolgerà così?

220

Nono dono: la libertà da egoisticale a sacrificale.
Benedizione dei piccoli. Un giudizio reale fittizio per inserirvi
un’idea: giudizio ideale. Gesù vi presenta l’identità e
l’unità dei piccoli con Lui. Con quel giudizio ideale i piccoli
saranno universalmente celebrati.

Pneumatica magia quella del visuato Paterno che tocca il vecchio
fideato e tutto lo rinnova. Tocca la libertà egoisticale, ed
ecco uscir fuori la libertà sacrificale. Satana me l’ha rapita, il
visuato Paterno me l’ha restituita, il visualizzato Figliale me
l’ha irrobustita, insegnandomi a discipulare, chiamandomi a
piccolare con un giogo spirituale: il suo spirito di amore
sacrificale. I chiamati a piccolare se li unisce, se li fonde, caricandoli di benedizioni. Dopo le prime cinque:
1) Benedetti i piccoli bene accoglienti il Regno di Dio
quaggiù, sicuri rientranti nel Regno di Dio lassù.
2) Benedetti i piccoli, identità perfetta con Gesù.
3) Benedetti i piccoli, identità perfetta con la Trinità.
4) Benedetti i piccoli piccolanti quaggiù, grandeggianti lassù.
5) Benedetti i piccoli difficilmente scandalizzabili quaggiù.
Siamo passati alla sesta e ultima benedizione:
6) Benedetti i piccoli da Gesù idealmente presentati alla
umanità intera nella loro unità eternale con Lui. Una
benedizione, questa, che Gesù ha inserito nel racconto
del Giudizio Universale.
Dall’Antico Testamento ricavato, da Lui profondamente
rinnovato. Le novità:
1) Vi entra Lui.
2) Vi entra con un duplice dialogo: coi destrati e coi sinistrati.
Ma quel giudizio reale si è rivelato fin troppo fittizio: non
avverrà in quel modo:
1) I buoni vi figurano ignari di una cosa che si sa: quello
che fanno ai piccoli lo fanno a Gesù.
2) Ci si salva solamente con l’amore beneficale.
3) Gesù lancia una condanna di maledizione contro coloro
che si trascinano il Padre all’eterna morte dell’amore.
Se ne è servito a fare Gesù di un giudizio reale fittizio e
finto? Se ne è servito per metterci una idea veracissima
per cui quel giudizio non è reale, ma ideale. Quale idea?
Vi vuole proclamare due cose:
1) La sua perfetta identità con i piccoli.
2) E di conseguenza la sua insolubile unità con i piccoli.
Il modo di proclamare queste due cose gli viene fornito
dal giudizio finto:
a) Giudizio universale e quindi davanti a tutti.
b) Giudizio pubblico e ufficiale: irreformabile: non
sarà più annullato.
c) In chiusura del tempo e in apertura dell’eternità.
Identità e unità con i piccoli.
Quali? Quelli di necessità devotamente accolta, ma
soprattutto quelli di libera scelta. L’identità e l’unità dei
piccoli con Gesù dice della comunione di vita che i piccoli
hanno realizzato con Gesù. È quella comunione di vita
che darà ai piccoli il vero giudizio, che sarà unicamente
interiore. I piccoli si sentiranno in comunione di vita con
Gesù: Piccolo Lui e piccoli loro.
Sacrificale Lui, sacrificali loro. Benedetto del Padre Lui,
benedetti del Padre loro. Sicurissima, bellissima la benedizione
in riferimento al Padre: Venite benedetti del Padre
mio; come orribile la maledizione riferita al Padre che
Gesù delicatamente non dice: Maledetti del Padre mio che
all’eterna morte dell’amore è giunto con loro.
Quanto risulta vera la novità del visuato Paterno: il Padre
nel talamo Trinitario è il Piccolo Eternale perché sacrificale
pure è immortale.
Nel talamo metamorfosale è il piccolo sacrificale che può
toccare nei malvagi l’eterna morte dell’amore. Da ultimo:
quali gli effetti di quel giudizio ideale? I piccoli saranno
conosciuti, riconosciuti, ammirati, acclamati, celebrati
eternamente dall’umanità intera. Lo vogliamo fare fin da
ora? Evviva i piccoli, i benedetti del Padre celeste, e non
solo a parole; ma piccolando per la nostra benedizione.

221

10° dono: la preghiera da egoisticale a sacrificale.
1) Origine della preghiera: ai bisogni vitali non soddisfabili
da solo. Allora nasce la preghiera. In me c’è una vita
egoisticale che è data da quell’amore Paterno sacrificale
che Satana mi ha egoisticizzato. Essa vuole e non
vuole. Per ambedue è pronta la preghiera egoisticale.

Il visuato Paterno è la novità sfavillante che lo Pneuma ha
disposto per i nostri tempi tanto burrascosi. Una novità
che si accosta a tutto il nostro vecchio fideato e con magia
Pneumatica lo tocca, lo trasforma e lo rinnova.
Riprendiamo l’elenco delle cose rinnovate: un battesimo
cresimato Figliale cosciente rinnovato, un peccato rinnovato,
una morte fisica rinnovata, una Medicazione rinnovata,
una Eucarestia rinnovata, una Messa rinnovata, una
sacrificalità fisica rinnovata, una guerra rinnovata, una
pace rinnovata, una libertà rinnovata.
Ci attende ora un nuovo tocco magico: ‘Il visuato Paterno
tocca la preghiera egoisticale ed ecco uscir fuori la preghiera
sacrificale’. Ci accostiamo prontamente alla preghiera in
quanto tale, senza alcuna specificazione e vediamone:
*) Origine o genesi della preghiera: la preghiera è una
cosa che nasce: non spontaneamente, ma per la spinta pro-
pria di certe situazioni. La preghiera la fa nascere una vita
creata cosciente, come l’umana. È questa una vita che per
vivere non basta a se stessa. Non possiede sempre tutto
l’occorrente per vivere. Quando a una vita manca l’occorrente
per vivere, allora l’essere vivente viene a trovarsi nel
bisogno. È cosa normale che una vita voglia provvedere
da sé a quanto le necessita. Ma quando deve constatare
l’impossibilità a provvedersi da sola, si volge fiduciosamente
a quanti le possono fornire l’occorrente. Una vita
domanda ciò che le occorre. Quel suo domandare è pregare.
Quella domanda è preghiera.
1) Pregare non è comandare.
2) Pregare non è pretendere.
3) Pregare non è ricattare: se tu non mi dai questo, io non
ti do quest’altro.
‘La preghiera è una domanda umile e fiduciosa presentata
alla persona che può e che vuole aiutarmi a uscire da un
bisogno vitale’. Ecco dunque ciò che occorre alla nascita
della preghiera: una vita, un bisogno vitale, una preghiera.
Poiché una preghiera parte da una vita, noi dobbiamo volgere
l’attenzione alla vita da cui trae origine. La vita fisica
non entra nella nostra attenzione, perché questa fa unicamente
da supporto ad altre vite. È il dono basilare fatto
essere da Dio per la recezione della sua vita divina. Lo spirito
divino Paterno è spirito di amore. L’amare è vita. La
sua vita è sacrificale. Proprio al nostro incominciare lo
spirito di amore sacrificale del Padre ci si è dato da vivere
con una concezione battesimale cresimata. Su questa
vita di amore sacrificale si è avventato Satana; gli ha tolto
il sacrificale, bloccandolo in egoisticale. Una vita egoisticale
che funziona automaticamente senza il minimo sforzo
da parte mia, anzi affascinato e attratto da quel piacere
sommo che io sento nell’amarmi e quindi nell’odiare.
Poiché la vita egoisticale è automatica, automaticamente
vuole, automaticamente respinge.
1) Cosa vuole? Vuole tutto ciò che è per me, e che rende la
mia vita gradita e piacevole. Vuole che io viva sempre qui
col massimo gaudio possibile e che non mi manchi nulla
per una vita piena di godimento.Tutto ciò che mi occorre
per una simile vita è pronto a suscitare la preghiera.
2) Cosa non vuole? Non vuole tutto ciò che è contrario a una
simile vita piacerale. Tutto ciò che mi è contro è pronto a
suscitare la preghiera: acquisizionale e liberazionale.

222

Decimo dono: la preghiera da egoisticale a sacrificale.
Abbiamo bisogni materiali: per questi la vita diventa
ricerca affannosa e quindi preghiera. Abbiamo bisogni
spirituali: la salvezza, e la facciamo oggetto della preghiera
del dire e non del fare.

Pneumatica magia quella del visuato Paterno che tocca il
vecchio fideato e tutto lo rinnova. Tocca la preghiera egoisticale
ed ecco uscir fuori la preghiera sacrificale. La preghiera
nasce da una vita in certe sue delicate situazioni. La
vita non ha con sé tutto l’occorrente. La mancanza di un
qualcosa di vitale la pone nello stato di bisogno. Se può
provvedervi da sola tutto si appiana. Se non lo può, ecco
che la vita si fa in preghiera per ottenere quanto assolutamente
necessita. Nella vita umana al suo incominciare il
Padre vi ha inserito la sua, dandosi da vivere. Una vita di
amore sacrificale che Satana ha manipolato in egoisticale.
Quello che ha se lo gode. Quello che non ha lo domanda
per ottenerlo. A questo punto la vita egoisticale si fa in
preghiera. Se manca cibo o bevanda o vestito, la persona
si affanna a la sua preoccupazione fa della sua vita una
preghiera intensissima. Richiamiamo il vangelo di
Matteo: ‘Non vi affannate dunque, dicendo: che mangeremo?
Che berremo? Di che ci vestiremo? Perché tutte queste
cose le ricercano i pagani. Infatti il Padre vostro celeste
sa che abbisognate di tutte queste cose. Cercate invece
prima il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose
vi saranno aggiunte’. Preghiera egoisticale quella che
nasce per provvedere ai bisogni materiali.
Ma il cristiano ha pure una serie sconfinata di bisogni spirituali
che vanno a unificarsi in quel grande bisogno che lo
accompagna in tutta la sua vita. Qual è la cosa che maggiormente
preme nella tensione del cristiano? È sicuramente
la salvezza dell’anima sua. Già questa espressione
ha sapore egoisticale e nei casi più sfacciati non si manca
di dare una espressione banale e triviale: ‘Basta che mi
salvi io, gli altri poi si arrangino!’. Per un bisogno in tutti
presente, così forte e così impellente, è più che naturale
che si scateni un pregare incessante. Ricordiamo una
espressione corrente: ‘Dolce cuore di Maria, siate la salvezza
dell’anima mia’. Le stesse preghiere liturgiche ci
fanno puntare decisamente a quel traguardo. Cosa attendiamo
noi da un simile pregare incessante? Poiché ci
hanno garantito che la preghiera è quella che salva, noi ci
buttiamo su di essa non solo con la speranza e la fiducia,
ma con la certezza di conseguirla: ‘Chi prega si salva, chi
non prega si danna’. Non ci siamo mai domandati che tipo
di preghiera sia questa. Ma ora non possiamo più sfuggire
all’occhio della verità. Questa è una preghiera del dire, e
su di essa scende il giudizio di Gesù: Mt 7: ‘Perché mi
chiamate Signore, Signore, e non fate le cose che io vi
dico? Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel
Regno dei Cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è
nei cieli’. Allora Gesù fa scoppiare l’inganno: ‘Molti mi
diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo
profetato nel tuo nome, nel tuo nome cacciato demoni, e
nel tuo nome fatto molti prodigi?. E allora io dirò loro:
non vi ho mai conosciuti, allontanatevi da me, voi operatori
di iniquità’. La salvezza non è dal pregare, dal profetare,
dall’esorcizzare, dal miracolare. La salvezza non proviene
dalla preghiera del dire, ma del fare. E il nostro pregare,
allora, dove va a finire? Tutto da bruciare? Gesù ci
ha aperto gli occhi: non è la preghiera del dire che ci salva,
ma solo quella del fare. Pregando quindi non dico a Lui,
ma me lo dico per lanciarmi al fare.